Arnaldo Lucchitta

VIAGGI E COMMIATI

 



VIAGGI E COMMIATI
[In principio non fu la luce...]
[Declina il giorno dietro i monti azzurri...]
[Oh mani, oh dita sottili, quanto tempo...]
[Dalle fonde cavità dell'animo...]
[Tra il gelido vento di giardini bruni...]
[Driade di piacere, rosa di carta...]
[Atlante dalle spalle...]
[Nell'isola dell'infinito, una stella...]
[Svenuta l'anima, sto educando il cuore...]
[Luce che splendi per quale verità...]
[L'accelerato del tempo...]
[E' forse il pianto o il transito del sole...]
[Sei partita quando la terra...]
[Quali occhi stanotte mi han cercato?...]
[Notte senza luna, senza una luce...]
[Credimi. Cercavo te nei colori...]
[Non ci appartiene l'aurora, così...]
[E' accaduto a me, a te, è accaduto...]
[A che valse, dimmi, a che vale credere...]
[Fu lo scorrere feroce del sangue...]
[O tu che vieni e vai, che vai e torni...]
[Si addormenta il cielo tra le braccia...]
[Non so più nulla degli improvvisi...]
[Mi son vestito a lutto per i tuoi candidi occhi...]
[La neve strappa i sigilli all'eterno...]
[Non so se conosci il mio cielo...]
[Dissolte le mura, esiliata l'anima...]

L'ULTIMO VOLO
[L’angelo delle stelle mi conduce in volo...]
[Se nella brama di luce e d'immenso...]
[Vorrei scrivere la più bella poesia del mondo...]

 



VIAGGI E COMMIATI

*

In principio non fu la luce.
Furono le tue perse labbra
in attesa del mondo.

Sei giunta con l'età del mare
negli occhi, un clamore d'angeli
e un tocco di bruno
nell'incavo delle cosce.

Hai cercato le briciole del cielo,
seguito i percorsi delle formiche,
baciato i fiori, le alghe e le conchiglie,
raccolto lacrime, sparso sorrisi,
spiegato le vele per l'abbraccio del vento…

…………………………………

Chinata sulla mia culla di sogni,
così vano l'inconosciuto apparve
così insulsa l'eternità
nel cinguettìo della tua voce.

In questa casa senza mura,
rincorro i rumori e le rughe della terra
fino a un paradiso fatto di nulla.

 

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*

Declina il giorno dietro i monti azzurri
nel cielo aperto a un granaio di stelle.
Nel groviglio di memorie appassite
i miei versi d'amore che conosci
a memoria. E l'inatteso sentiero
dell'erba riarsa, sul pentagramma
dell'infinito. E le radici che guardano
il cielo, tra petali di rose morte
di freddo. Potessi sfogliare le tue
dita come gigli di neve, carpire
un segreto di tenerezza per l'incerto
domani… In un tramonto di alfabeti,
una nebbia di libri e di parole…

E fu così
che persi l'anello del destino
e feci il nido nelle tue braccia.

 

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*

Oh mani, oh dita sottili, quanto tempo
è passato? Nel respiro dell'immoto,
nel vortice d'intergalattici percorsi,
la tua purezza si fa maschera notturna.
E le stelle, le candide antiche stelle
ch'esplodono nella stanza amica
dove si sfioca l'oro di ogni astro
nel pallido lucore di capelli d'argento…

Dolcemente avvinti dormono gli amanti
nelle spirali dei buchi neri, in diafane
forme di luce, un tacito sentore di orme oscure,
ramaglie di azzurro, la sublime alterigia
di uccidere ovunque e per sempre spazio e tempo,
tra sospiri rosati e disabitate porte
mentre in angoli neri si scioglie la neve:
oh quanto roca la voce dell'angelo, nel passo
e il silenzio impuro della cometa spogliata…

Blandisce il buio, e la morte come sorella
ricopre i volti d'un pulviscolo bianco.

 

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*

Dalle fonde cavità dell'animo
mi accade di non saper parlare
se improvvisa insorge
una cosciente sconsolata gioia.

Per chi mai ho ucciso
l'impronta cieca del mio piede,
la tristezza in rima, le piccole
manciate d'infinito, rami e radici
in grembo all'eterno?

"Per te, che vieni con una rosa,
essere vorrei un petalo perduto
e sul paesaggio lunare del tuo corpo
brillare e spegnermi come un astro".


O inconsapevole, vaga eternità:
non so dire che insensate parole,
vendere nuvole al tuo chiaro cielo.

 

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*

Tra il gelido vento di giardini bruni
Luna d'autunno cade dalle gronde
nelle tue nere lustre pupille. E dici:
"Giove e Marte sono miseri destini,
meglio la terra che ridesta lumi nelle stanze
pure col sole scialbo e titubante".

Invade pomeriggi il silenzio, invade
voci metalliche, voci di morte, e quante ali
tinte di follìa nella fioca luce degli sguardi.

Amanti sciolti sopra tepidi cuscini
con le dita tese volte alle finestre
seguiamo il volo degli uccelli, pellegrini
nel tacito avanzare di lancette stanche.

Disegno quattro spicchi di cielo, i tuoi seni
picassiani, sfogliati ad uno ad uno da queste
mie labbra, da questo corpo mai cresciuto
ancora in cerca del materno grembo.

 

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*

Driade di piacere, rosa di carta
la tua bocca, uragano di parole
e di baci. Le spighe d'oro di Cerere
e i torrenti azzurri dell'Eden
in quei baci in quegli anni d'estasi
con due cuori divini in festa
e corde di arpe e dita nei capelli
tremolii di sangue e di gelo
con la carne tremante di seta
e l'agitarsi convulso con resine
fluide, la grazia implorata e il grido…

Forse sei l'unica stella
che non esiste e temo
i tuoi occhi senza nessuno, rètine
di foglie secche.
Spenta la brace delle cosce,
congedato l'ultimo bacio,
è nata sul tronco la rosa
e in fondo al pozzo giace il sole.
Sulle doline si è placato il vento,
gli alberi al buio si abbracciano furtivi.

 

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*

Atlante dalle spalle
ha deposto il mondo.

Muore il mio sole
sotto le tue ciglia.

 

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*

Nell'isola dell'infinito, una stella
bambina, lucciole-lune nel trasvolare
dell'ombra ovunque, la dolce
tristezza di pupille vive.

(Tu e io, insieme, nell'universo).

L'azzurro è appassito e l'innocenza
muore nell'onda del mio dolore
muto, e la Luna, più luna
che mai, perché sorride?

La tristezza se n'è andata con le
parole, e tu a caccia di sogni…
Intorno al fiore pallido del sole
le sementi che mai fioriranno.

(Tu e io, dispersi, nell'universo).

 

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*

Svenuta l'anima, sto educando il cuore
al silenzio, un cuore seduto sui rami
estremi del nulla, ma la sua porta
è coperta di muschio e ho perso la chiave.

Umili astri raccolgono i resti
d'inaridite brezze; i seni esausti,
attraverso gli occhi gelidi del marmo,
sfogliano il grigio ritorno di aurore.
E' la Luna prostrata ai tuoi piedi
che ancora ci tiene in vita; è la sacra
sorgente del sangue, il primo verso d'acqua
pura, ciò che amai e ora non amo.
Le notti hanno sempre le stesse luci,
gli orologi lo stesso ritmo.

Sulle rose è sceso lento il gelo;
sull'animo, fiocchi di cielo perduti.

 

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*

(a Ugo Fasolo)

Luce che splendi per quale verità
nel fulgore di miliardi di stelle,
bianchi fantasmi che s'accendono
nel fiore dei nostri sogni per creare
amori al nostro amore, stelle come
segreti gigli fioriti nel mio
animo in ombra, vele tutto vento
e luci nel tremore di una lacrima,
stelle nei voli soavi di colombe,
gocce d'oro nella tremula clessidra,
nel monoritmo della cicala, nelle
storie confuse e nella chiara pena,
stelle, labbra-bambine, mai fioriti
disinganni, oh care mie stelle
non siamo niente noi, e queste spine
piantate nella carne e il pensiero
ignudo che muto svola, vecchie
amiche stelle, nei deserti azzurri,
le strade senza fine della terra
e le sere di polvere e sole stanco,
un dolore antico, uno splendore e tu
Luna, gemito di rosa, nel cielo
nero e basso, ansito di passero che sta
morendo mentre marzo ride, "verrà
l'estate
- tu credi - con la veste gialla",
alla notte che dorme mendico una scala…

Amiche voi, vicinissime stelle.

 

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*

L'accelerato del tempo
ha raggiunto l'ultima stazione.
Ho seguito la rotaia dei tuoi passi,
rubati ad altri passi.
Furono
due fari in sosta - le tue pupille -
a indicarmi il varco
oltre i limiti del cosmo.

Fluttuando
in spazi indefiniti, intravidi
diafani universi aprirsi, comporre
corpi sconosciuti, svanire,
riapparire in misteriose
sconfinate essenze. Dov'ero
non sapevo, ma sentivo dove mai
avresti potuto essere.

……………………

Al limitare del bosco
ci angosciava un lungo sordo fischio
da un passaggio a livello incustodito:
questa vita che non attraversammo.

 

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*

E' forse il pianto o il transito del sole
che gocciola oro sulle tue ciglia?

Per sentieri oscuri le nostre pallide
figure, in un cielo abbrunato, sulla
fronte stanca si chiudono le palpebre
assonnati fiordalisi notturni.

Fragranza d'incenso, abito che fruscia
il tuo corpo che aleggia lieve in sogno:
l'animo posa su segreti fiori,
un flauto intona antiche ninnenanne.

Il tempo dell'amore è il sole tra
le mani, è la pietà e il sorriso degli
dei, degli angeli il sospiro, sul viso
la rugiada, il fiume che trabocca.

Sempre ho temuto quello che ho amato e
così intenso è l'abbraccio del sospetto:
non lo tollero e tremulo recedo.
E le imposte del cuore accosto piano.

 

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*

Sei partita quando la terra
cominciava lenta a morire
e per andartene sei tornata
al fiore sfiorito della mia carne.
Nessuna via giunse a destinazione
così ti vidi dove non eri.

Non eri nel lago immortale
del sole, il soffio pietoso al cerchio
imperfetto della candela,
la lucciola ammiccante intorno ai volti,
due volti tristi, felici quasi
d'essere tristi.

Nelle brume del silenzio i pensieri
di una vita mai nostra giacquero,
smarriti, ai confini del nulla
dove tutto si rapprese il mio sangue
aggrappato al tuo cuore assente.

Vegliavo lieve su labbra rosate
sfiorando appena la dolcezza dei seni:
così bella eri, così bella
che io solo compresi che eri sogno.

 

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*

Quali occhi stanotte mi han cercato?

L'amore, cara, è un rischio e conosci
le sue braccia stramazzate e inconcluse.
E' un rischio il mare che da sempre ammara
sulle ferite aperte alla scogliera.

Dolcemente bella alla mia carezza
cocciuta che si asciuga come vento
barca spogliata di vela e carena
sospinta e abbandonata alla deriva.

Vorrei pensare e non pensare all'ombra
di uccelli migratori sulla linea
di fuga di un lievissimo esitare
come vena che pulsa in fondo a un lago.

Quali occhi stanotte mi han lasciato?

 

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*

Notte senza luna, senza una luce.
La notte resto solo con il cosmo.

Io albero, rondine, pietra su
consunti gradini, io liuto e delfino

lontano dalla pazzia della grande
città, preda che sanguina lenta e

lenta si accascia. La pietà di credule
parole, gli spiriti del torrente

nell'incavo della bocca: opache
voci, come il buio dentro le forre.

Sulla mia fronte si annidano gli astri,
non trovano la via del dolce nulla.

 

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*

Credimi. Cercavo te nei colori
dell'alba quando prendevo il sole
per le ali come una farfalla, credimi,
cercavo te nel battito del mio polso,
le prime parole delle Sirene.

Non sapevo. Che la sola luce
era quella del rogo, che il fiume aveva
cambiato corso; non sapevo le orme
insanguinate degli agnelli, il tuo corpo
enigma d'ombra, estasi e abbandono.

Perdonami. Perdona le cicale
che più non sentirai, il tormento infinito
del tuo fiore sfogliato con le dita.
Perdona l'isola che promisi invano,
la flotta di stelle affondata nel fango.

 

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*

Non ci appartiene l'aurora, così
io a te, le migranti dita
che stringono il vuoto. Senza alzare
il volto, perché torni all'anima mia?

Una volta ancora ho assolto il tempo,
le cose che non rispondono ai nomi:
mentre veglio la luce nelle mani
vivo con niente per avere un'idea
di gioia e poi morire assente.

Chi sa dove abita la morte, forse
nel fiato degli dèi che insidiano la terra;
rinnegate la spada e la fede
la mia mano trascrive l'ineffabile.

La barca nel buio giunge vuota a riva.
E' solo poesia quello che rimane.

 

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*

E' accaduto a me, a te, è accaduto
come le rondini accadono con l'aria.

E fu musica dolce, ma breve
la giornata nostra insieme. Nessuno
di noi aveva tempo per l'eterno.
Un continente perduto
il cielo, una buca profonda il mare.

Quante volte invano, invano quanti baci
presero il volo per i tuoi occhi,
custodi insonni di lacrime e segreti.

Quanti versi scrissi con parole d'altri,
o forse mie, per udire la tua voce
affiorare, flutto d'anima,
dal mare che di te feci.

Non so come giunsi a paludose rive.
Sopra il giaciglio di una palafitta
ho imparato a corteggiare la morte:
con furore e abbandono le vivo accanto.

 

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*

A che valse, dimmi, a che vale credere
a varchi sempre aperti nella vita
nel rituale antico della speranza?

A lampade cieche hanno appeso i giorni.
Tra i girasoli si celano semi
sconosciuti, dal cuore di amaranto.
Folate di uccelli cercano i nidi.
Nei passi sonnolenti della notte
il graffio freddo dell'unghia mortale.

A che valse, dimmi, a che vale il lento
trascorrere verso l'ignoto, accendere
ansietà di voli a frontiere impervie?

Arduo accettare il destino, gli eventi,
senza cedere all'urlo della follia.
Impossibile far proprio l'esistere:
battito vano e vinto, filo d'aria.
Stelle prigioniere di sfere d'ombra
noi, ombre antiche di mistero antico.

A che valse, dimmi, a che vale oramai
vivere con l'anima dentro il sogno e
inebriarsi d'impalpabile fumo?

Affranto, il tempo posa, insonne lebbra.
Resta a noi l'oscura pena degli occhi
soli ad invecchiare, a chiedere lumi
di una valanga perduta di baci.
Scorgo il mio viso morto sulla luna.
Nella casa vuota grido il tuo nome.

 

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*

Fu lo scorrere feroce del sangue
che lottava per uscire e cercare
altre vene, fu lo spazio infinito
del tuo cosmo il pensiero in cui finisti.
Io dubitavo, tu che non capivi…

Non più lo sguardo, le mani, i baci,
il volto immerso nel fragrante seno.
Col suo profumo non rinacque il fiore
- la rosa al limitare del silenzio -
e l'acqua nacque muta e la luna

fredda: sordi, vivemmo di parole
vuote, persi in un sapore di sabbia
negli occhi magri della solitudine.
Poi, leggera come un angelo apparve,
altera e lucente d'oro, la morte.

Noi puri o impuri? Salvi o condannati?
Nel dubbio atroce, abbiamo atteso a lungo.
Sogno o realtà che fosse, ella tacque.
Avrei dato l'anima per riaverti
sulle labbra, avrei invocato le stelle

le tue stelle, le sacre eterne stelle,
svanite nel nulla dell'immemoria.
Io che ho vissuto, ho forse solo amato,
tu hai troppo pianto, forse senza vivere.
Privi di cielo, errando ormai esangui,
siamo l'altrove, nell'eco del tempo.

 

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*

O tu che vieni e vai, che vai e torni,
non sai che io sto uscendo dall'anello
del tuo viso dal profilo di nebbia,
perdutamente nebbia, col sangue ormai
senza pagine, righe, spazi, versi?

Fu tentazione l'ombra dei tuoi occhi
ora esiliati dal corpo, di fiamme
e di sensi smarriti in un bicchiere.
Negli abissi del sentimento, un punto;
punto d'amore trattenni la morte.

Ma sta morendo la mano che scrisse
un pugno di parole, in ore senza
storia, con lo sguardo arreso e febbrile.
Si arresta qui questo breve viaggio:
fuggendo il passato, bruciò il futuro.

Si è spento il lampare del nostro faro.
Anche il mare termina, ma se rugge,
travolge, affonda i remi delle braccia.
Ho affidato ai marosi il mio silenzio…
Altamarea, ovunque altamarea.

 

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*

(sogno ed eclissi)
Si addormenta il cielo tra le braccia
della morte che in agguato origlia:
lieve e insinuante penetra l'animo
lungo un sentiero che nessuno conosce.
Sperdute sembrano le ore se la notte
maledice il giorno; dalle labbra cadono
tremule preghiere, di cerbiatta supplici
pupille. Sarò il tuo sogno se ti addormenti
in un velario tacito di stelle, un trasvolare
di nubi, una trama di zampilli per l'universa
vita, anima mia, anima chiara d'angeli
smarriti, tu che ignori che allo sboccio muore
ogni fiore e la bocca non si apre al bacio.
Sarò il tuo sogno se ti addormenti, sarò
il tempo che frusciando scorre, il senso
che sfiora il fondo, la polvere che s'adagia lenta
sulle tempie smagliate fra capelli di seta.
Ho baciato furtivo una rosa, nel ciondolare
umido di foglie e mi sento fragile cosa
nel vento, universo che ora si sfalda
con insonne pietà.
(distacco e dissolvenza)
Non appartengo
più a nulla, non appartengo a te, a me,
alla mano ignota che profuma di gigli
in agonia nel funebre tramonto,
al mondo che cade ai piedi di una croce.
Il mio libro segreto non è il sonno o il rantolo
lungo le gronde, sono queste gelide guance
a rammentare ciò che dicemmo amore. E tu sai
delle notti infrante, degli spazi immensi
tra due parole, dell'inespressa melodia di un'arpa:
non appartengo a nessuno, sono un poeta
che si perde per vie senza fine dove nascere
non può l'avvenire quando si annuncia
lo svenarsi del sole, l'ampio mantello
del nulla. Senza lune è il tempo,
confonde l'ombra e la luce mentre
rondini cieche non trovano i nidi.
Solo l'autunno ha fascini suasivi, ma
presagi di giorni vuoti, e l'attimo chiede
la sua fine, nel dolcissimo canto del cigno.

 

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*

Non so più nulla degli improvvisi
richiami nella notte, non ricordo
gli occhi verdi dei prati e come impazzito
vibrava il sangue, le nostre fredde povere
cose, i modi assetati d'amore.
Siamo astri avvolti di nebbia, alberi
secchi a braccia aperte, pesci buttati
sul bancone della morte e
da qualche parte due anime, forse.

Fragile creatura che fiorivi
come un mughetto nel trepido cavo
della mano, eri l'aria che entrava
dalle finestre azzurre; ora non sei
che il perduto senso del nome tuo,
del mio, nei passi stanchi di ogni sera,
nei paesi tristi della nostra storia.

Ti scrivo per dirti che me ne vado,
che non tornano i conti e le misure,
che frequento stazioni scolorite
per l'ennesimo viaggio, come un angelo
dall'obliquo incedere, nel lividore
del tempo a incontrare l'ultima Thule.

Non so più nulla di te.
A pochi passi
un semaforo occhieggia; nella via
semioscura si chiudono le imposte.

Ti scrivo per dirti che non so dove andare.

 

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*

Mi son vestito a lutto per i tuoi candidi occhi,
corone d'angeli e fiori, oramai astri languenti.
Mi arresi un tempo alla vibrante lira d'amore
e al sublime lauro a intrecciare riccioli d'argento.
Fragile vela di barca tra irosi flutti, trascino
la sorte come l'aquila trascina l'ala spezzata.

Sei tu la dispersa nota del canto delle
Sirene, anima dal tremolante passo?
S'addormono le ciglia, posano come fiocchi
di neve mentre io mi perdo nell'infinito universo.
Ho appeso la vita a un chiodo da quando
alle mie canzoni ho detto addio, perenne addio.
L'animo triste non ha più soffici carezze,
una colomba per il tuo volto di vergine stanca.
La stella che ora vedi è morta: viveva
quando non si vedeva. E' morta - ti dico - è morta.

Con invisibili dita batte alle finestre il vento
e la montagna cela tra le nuvole la fronte.
Nei sogni del mattino il respiro dei narcisi
è un velo di nebbia che si dondola piano.
Ce ne andremo tra i fiori di tiglio, ombre
di desiderio, senza la luce versata al mondo.

 

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*

La neve strappa i sigilli all'eterno
e il nulla bussa insinuante e, lento,
la mente assale. La grande casa
abbandonata è una traccia di lacrime,
un accenno appena umido d'occhi
per due rose che sfioriscono: una
per te, l'altra per me che non so tornare.

Nel fogliame della notte illune
ho interrogato le falene e le stelle,
la morte e i miei inutili sguardi.
Quante volte per amore ho ucciso
la tua vita, quante volte, con l'arco
assassino del labbro e dei versi.
Quante volte è caduta la pioggia
del commiato, nel centro di parole
inascoltate la porta sull'immenso
di te, di me, sul buio che voleva
entrare. Quanti sempre attesi
e scordàti sempre in questa lunga notte
che m'insegue ancora… e io solo,
frutto dimentico del seme, solo,
nella purezza dell'immemoria…

 

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*

Non so se conosci il mio cielo
dove l'ombra muore con le altre ombre.

Con soavissima pietà,
confondi i passi se la forma
sulle labbra scompare, se
sotto le palpebre avverto
della vittima il destino
che trepido si perde nell'assenza
nel centro assoluto del silenzio.

A speranze rosaurate e
inesausti sogni dico addìo,
addìo alla sacra e vana essenza
del sangue intriso di poesia, alla
vita mia innocente dolceaddìo.

All'incerto limitare del nulla,
si appannano le vene con gli eventi:
nel perfetto mio abbandono
porgo l'ultimo commiato.

 

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*

Dissolte le mura, esiliata l'anima,
in questa stanza ho ucciso il tempo e i luoghi.

Non è questa la mia casa. Raggiungo
il mio rifugio segreto dove
incontrastati, alle soglie del nulla,
regnano il silenzio e la quiete.
Là, segrete sorgenti di cristallo,
un suolo inviolato e un cielo sempre terso.
Anche il buio è luce, sconfinata luce,
perenne e immacolata. Solo io
e l'immenso. E chi sa, forse anche tu
e l'Amore.

Dì pure a chi mi ebbe e mi passò accanto
che ho vissuto con il capo fra le nuvole
deluso dalle azioni e impronte umane.
Dì pure ai tuoi amici e a chi ti pare
che sono morto, che avevo gli occhi aperti
e, sul viso, un fazzoletto di stelle.

 

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L'ULTIMO VOLO


*


L'angelo delle stelle mi conduce in volo
nel cuore di un astro a inebriarmi di luce
oltre i cicli penosi della terra
e degli uomini l'ostinata memoria.

La visione si spegne, ma consola
un altro volo, di luce oceano immenso,
che l'essenza mia stupita empie e confonde
arresa alla dolcezza della sua forza
astro o sembianza che sia celeste splende.

A te, che al solo pensiero tremi, io chiedo:
abbandona l'esilio sulla terra,
porgi la mano, chiudi gli occhi, confida:
da bambino ero già stato in cielo.

 

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*

Se nella brama di luce e d'immenso
ci sarete anche tu e l'Amore,
attraverso noi passeranno comete,
astri, costellazioni e a noi ritorneranno
- circolo chiuso -.

(In questo sogno che non vuol morire:
io dentro di me, tu nel mio sogno.
Ecco l'istante che sta svanendo,
grano inerte senza clessidra;
e le mani tra le mani
e nelle viscere, i volti che guardano
i volti nel cielo che non ha nome;
e i ricordi, altro universo,
ammassi di macerie, rovine
coi recinti aperti ed ora chiusi).

Liberi dal guscio, saremo corpi
celesti, l'infinito raggiunto.
In un paese innamorato del nulla
- senza coscienza di sé e del mondo -
confluiremo nell'indeterminato
ciottoli sospinti da un fiume ignoto.
Più non ti perderai nello spazio
in modo ch'io debba ritrovarti.

 

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*

Vorrei scrivere la più bella poesia del mondo, ma non ci riesco, perché ho sporcato di fango candide mani, per le mie deboli dita che si sciolgono in neve, perché ho piantato troppi semi senza raccogliere alcun frutto, perché vivo dove ingrigiano le ore tra fiori che sanguinano e nuvole straziate.
Ma tu proteggi le parole, create o increate, che giacciono nel silenzio, il lume sottile della candela che affiora dalla tenebra, congeda la notte o rendila schiava ai tuoi piedi, non buttare via i sogni come un giornale letto.
Anche tu, se vuoi, puoi avere un paio d'ali e versare lacrime di gioia che non vanno perdute, se cerchi il grano di mistero che accende di stupore, se rincorri l'infinito con l'animo e con gli occhi, assorti occhi al di là degli occhi, non più abitati dal buio.
Quando sarò al di sopra di ogni vento, nella sfera di luce dell'utero celeste - ad un passo soave dal regno del nulla - allora conoscerai la più bella poesia del mondo.

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