Arnaldo Lucchitta

L’ULTIMO DIO

(poema di Arnaldo Lucchitta in 100 canti)

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NOTE CRITICHE, IPOTESI, OSSERVAZIONI STATISTICHE E NUMEROLOGICHE

"Per ammissione dello stesso Lucchitta - ha rilevato un critico locale - l'opera è stata interamente e inconsciamente composta, senza poi subire alcun ritocco, in una sola notte nel settembre del 1986. Data la stranezza e l'eccezionalità dell'evento (1200 versi stesi in poche ore) si dovrebbe parlare di "scrittura automatica". (…). Occorre però rilevare che, nell'urgere della composizione, si rinvengono la poetica, lo stile, la versificazione liricizzante tipici dei componimenti del poeta udinese. Verosimilmente "L'ultimo dio" è nato, tenendo anche conto di non poche oscurità concettuali, in una situazione di alterazione psichica e/o fisiologica dovuta a un violento stato febbrile, o ad un'estasi mistica, o una sorta di trance, o altro ancora… Titolo a parte, sembra fuori luogo, a lettura ultimata, parlare di religiosità insita nel poema (il poeta è dichiaratamente laico, areligioso), anche se vi sono diverse accezioni cristico-sapienziali (…), che a me paiono incidentali più che cercate o volute. (…). Forse polisemico, spesso deviante (si noti, ad es., il fatto che i profeti vengono considerati subdoli istigatori, messaggeri di guerre e di morte), profanamente politeista, sono gli attributi che maggiormente gli si addicono. (…). Per concludere, poiché Lucchitta ha affermato di non ricordare d'aver composto l'opera e d'aver rinvenuto con stupore, il mattino successivo alla compilazione, i cento canti trascritti a penna sul tavolo del suo studio, viene quasi da chiedersi se ne sia l'effettivo autore o invece una specie di particolare intermediario tra due diverse realtà intersecantesi". (f.a.) Il poemetto inedito fu sottoposto successivamente all'attenzione di noti critici e scrittori nazionali: Renzo Barsacchi e Carlo Bo hanno rispettivamente sottolineato l'aspetto "visionario, profetico, tale da sottoporre il lavoro anche all'analisi dei cultori di arti magiche ed esoteriche" e l'ascendenza cristiana, se non postcristiana, in cui "si rinvengono le nostre credenze e i nostri perenni interrogativi, percorsi però da una fede dolorosa e incrinata". Dopo aver definito il poema "davvero singolare ed originalissimo", Giorgio Barberi Squarotti si è così espresso:" Vi è una fervida invenzione di forme, di ritmi, con momenti di grandioso compendio visionario della vita e del dolore del mondo". Più o meno della stessa opinione Mario Petrucciani, secondo il quale il testo è "senz'altro molto buono, anche dal punto di vista tecnico-compositivo (quel ritorno di endecasillabi…)". Mentre Domenico Cadoresi lo ha definito scioccante e "satanico", Mario Turello ha rilevato che "di livello in livello (di cielo in cielo) leggeremo pure quest'opera come una Commedia che vorrebbe ancor esser divina ma, se religiosa, è nostalgica d'un politeismo non immune da ribellione, da agonismo: e gli angeli, fratelli dei poeti, a surrogare ai guasti primigeni e al caos presente. Ma ambigui, angeli e dèi: pietosi/ostili/ignavi; ma mai rassegnati i poeti, dèi ultimi di se stessi. Si pone, Lucchitta, sulla lunghezza d'onda dei suoi poeti visionari, Hölderlin, Blake, Yeats, in risonanza non più intenzionale, ma isomorfa".

"Come la Commedia dantesca, il poema, in terzine, consta di 100 canti. E' basato sul numero 3 e i suoi multipli. Ogni canto è composto da 4 terzine per un totale di 12 versi; l'opera, complessivamente, ne comprende 1200, anzi, 1999 (manca un verso nel XV canto, per cui, in questo caso, viene spezzata la triade). L'indice è composto da 9 sezioni. Sotto il profilo iterativo, "L'ultimo dio" potrebbe essere definito il poema del si (o del ): questa particella, infatti, non di rado elisa, seguita da un verbo, appare almeno una volta in quasi tutte le terzine del lavoro (es.: si dona, si alterna, s'infransero); nelle poche terzine in cui non è seguita da un verbo, la rinveniamo all'inizio, o all'interno, o alla fine di una o più parole (es.: sibilando, esilio, co): complessivamente per ben 639 volte nell'intero poema, in media più d'una volta ogni due versi. (Fanno "eccezione" la II terzina del XXIV canto - ma vi sono 6 si nella IV terzina - ; le prime tre terzine del LXIX canto - ma la IV conta 4 si per "coprire" le altre 3 -; la IV terzina del LXXII canto - ma le prime 3 ne hanno 6 - e la II terzina del XCVIII canto: non vi è alcun si, per cui sarei propenso a prendere in considerazione l'ultima parola del IV verso, cioè mistero in cui il si, all'interno della stessa parola, compare al rovescio: infatti, l'antonimo di mistero è comprensione, esplicazione: essendo quasi giunti alla conclusione dell'opera ci si appresta a chiarire quanto di arcano e di enigmatico è stato scritto in precedenza). Perché questa insistita presenza? Che vi sia qualche affinità con la lingua d'oc (cioè lingua del - Lucchitta si è laureato con una tesi sui trovatori provenzali-)? Perché l'accezione più ripetuta nel poema, contenente questa particella, è silenzio, che compare due volte anche nel canto finale? Da notare che pure il termine poesia (vi è una sezione specificatamente dedicata ad essa ed ai poeti) la contiene. Sul piano allegorico, mi sono chiesto chi potrebbe celarsi sotto le spoglie dell'ultimo dio, di un dio che si accoppia con la morte (canto XIII), che stupra la vergine (XV, vedi sopra), che "si estenua nei mille postriboli del mondo" (XCV), che perde il trono (XCVIII), che predica la guerra e la violenza (XCIX): forse l'anticristo? Interrogativi e ipotesi a cui appare difficile dare una risposta probante, per cui la mia indagine, che mi lascia alquanto perplesso e stupefatto, si ferma qui". (r.b.) Circostanze strane e misteriose, eventi imprevisti e imprevedibili hanno "impedito" per 15 anni l'uscita in volume de "L'ultimo dio", che pure aveva ricevuto alcune rilevanti proposte di pubblicazione (da Vito Moretti, per i tipi della Biblioteca Cominiana a Renata Giambene, per l'inserimento nella collana Ultimo Novecento…). Annota Lucchitta: "Via via che il tempo passava, "sentivo" che quei foglietti, che al leggerli mi procuravano un senso di stupore e di smarrimento che mi attanagliò per anni, parevano dotati di una notevole forza propria, sembravano voler vivere una loro vita indipendente, estranea alle mie volontà. (…). Ne sono rimasti una ventina, dei foglietti originali; tutti gli altri, contenuti in un notes, sono inspiegabilmente scomparsi". Da qui la decisione di far "viaggiare" i versi attraverso internet: un viaggio suggestivo, quasi "magico", allargato, atemporale.

 

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