XCVI epilogo
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Stupefatta la voce dall'infame evento
si affida al vento grida la sua pena
il dio è solo un uomo fragile e mortale
solo uomo oramai in carne ed ossa
(il miele d'api non è nettare divino)
si pente si dispera invano i cieli invoca
fratello nel sangue senz'ali e senza meta
solo il pensiero rincorre le stelle
e la mente per poco si confonde
luce luce luce sublime essenza
benedetto il sole che ad ogni
essere si dona
sia povero o ricco pietoso o
inclemente.
XCVII epilogo
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Il dio che più nulla illumina e rinnova
dorme russando disteso in un fossato
in sogno si dispera del vano e dell'invano
umano di non essere più dio si
affligge
più non distingue l'odio dall'amore
pietà non conosce ché il sangue bolle e freme
l'angelo perverso precipizio
della luce
nello specchio s'inchina si compiace
nell'eco del dolore che imperversa cieco
e sarà notte e sangue
irrefrenabile violenza
nel turbine dei sensi si fa lupo l'angelo
sobilla il dio ulula e profana.
XCVIII epilogo
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Altero si ascoltava tra gli inganni
della carne poi ripose la sua
cetra
apparve allora un sinistro simulacro
nel fastigio della morte e del mistero
la condanna del travaso dell'essenza
i vagiti di paura quando il dio perse il trono
un tempo il disordine gelido e impotente
era occhio morente giaciglio di mortali
ora si erge dai silenzi occhieggia e attende
se l'immenso è umiltà perduta
orbita cieca
volo d'aquila caduta nulla si
crea
si governa nulla si distrugge.
XCIX epilogo
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Il dio non confidò in oracoli e presagi
la guerra predicò a tutti e la violenza
si rivolse a bianche spose e a fanciulli
si asperse il labbro del nettare dell'odio
chiamò a raccolta metropoli e villaggi
consegnò strumenti di morte e di tortura
gridando al cielo il suo lignaggio antico
si unì a ribelli e a dispersi
preso e disarmato
al grido "morte al dio" fu giustiziato
pietoso allora s'innalzò il poeta
a cantar del sacro
con la mente del profano.
C epilogo
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Quando gli dèi riapparvero nei cieli
al volere loro schiava resero la terra
che ancora si gloriava dell'orrido delitto
nel silenzio di lapidi e di croci
non si rassegna l'uomo ad essere mortale
per questo gli dèi sfida e li bestemmia
a volte si consuma in umili preghiere
quando sanguina il cuore al sole che si ammorza
e nella notte altri falò non trova e altre stelle
alle soglie del nulla ove altissimo è il silenzio
l'angelo cieco si strugge e grida invano:
sia luce ovunque e per solo amore.
LXXXI-XCV: del dio e dell’amore